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giovedì 29 marzo 2012

LA PASSIONE nel dipinto autografo di Hans Memling

                   LA PASSIONE DI CRISTO 






Dipinto dell’artista tedesco Hans Memling, realizzata intorno al 1471. L’opera fu commissionata dal fiorentino Tommaso Portinari,banchiere a Bruges per conto dei Medici, e da sua moglie MariaBaroncelli, raffigurati in basso ai due lati del dipinto.
L’eccezionalità dell’opera è dovuta al fatto che nella stessa immagine il pittore ha rappresentato simultaneamente tutti gli episodi dell’ultima fase della vita di Gesù, dall’entrata in Gerusalemme sino alla discesa al Limbo dopo la Resurrezione. Domina la composizione la città di Gerusalemme, alla quale una folla di torri e cupole conferisce una vaga atmosfera orientaleggiante. Nel complesso, tuttavia, l’aspetto è quello di una tipica città tardo quattrocentesca del nord Europa, così come numerosi altri elementi, dai particolari decorativi agli abiti dei personaggi alle bardature dei cavalli, “attualizzano” il racconto evangelico trasponendolo dall’Antichità al Quattrocento.
Il tutto è concepito come una rappresentazione teatrale, nella quale l’elemento architettonico funge da motivo conduttore per conferire unità ai diversi momenti del racconto. È come se ci trovassimo di fronte a una grandiosa scenografia formata da diversi palcoscenici, su ciascuno dei quali vanno simultaneamente in scena gli episodi dell’ultima fase della vita di Gesù.
Luoghi lontani e vicini, esterni e interni, le più diverse ore del giorno e della notte sono presentati simultaneamente con uno straordinario effetto di unità, come se un’intera città e i suoi dintorni si squadernassero sotto i nostri occhi nel tempo e nello spazio.
L’opera si legge a partire dall’angolo superiore sinistro: sullo sfondo di un suggestivo scorcio paesaggistico attraversato da un corso d’acqua, vediamo Gesù fare il suo ingresso in Gerusalemme;
spostandoci con lo sguardo verso destra, vediamo la cacciata dei mercanti dal Tempio; appena più sotto a sinistra, Giuda Iscariota che vende Gesù ai sacerdoti; spostandoci ancora verso sinistra osserviamo l’Ultima Cena; immediatamente sotto, Gesù che prega nell’orto del Getsemani e gli apostoli addormentati; sotto, il bacio di Giuda, la cattura di Gesù, Pietro che taglia l’orecchio a Malco; risalendo in diagonale verso destra, incontriamo la figura solitaria di Pietro in atto di pentirsi per avere rinnegato Gesù; notiamo, sotto, un pavone:
nella tradizione cristiana è simbolo di immortalità. In base alla credenza secondo la quale il pavone perde ogni anno in autunno le penne che rinascono in primavera, l'animale è diventato simbolo della rinascita spirituale e quindi della resurrezione. Inoltre i suoi mille occhi sono stati considerati emblema dell'onniscienza di Dio.
Al centro del dipinto, vediamo uno accanto all’altro quattro momenti fondamentali della Passione: Gesù davanti a Caifa, la flagellazione, l’incoronazione di spine, Pilato che presenta Gesù alla folla; scendiamo in basso e vediamo uscire da una porta della città la processione che accompagna Gesù al Calvario. L’episodio saliente, sulla destra, è costituito dalla caduta di Gesù con il Cireneo che lo aiuta a sollevare la croce; la processione, nella quale si scorgono i due ladroni seminudi con le mani legate dietro la schiena, scompare dietro le mura della città per ricomparire più in alto sullo sfondo; gli ultimi momenti della Passione si svolgono su tre diverse colline: vediamo Gesù mentre viene inchiodato sulla croce, poi le tre croci levate in alto contro un cielo tempestoso e infine, sulla destra, la deposizione.
Scendendo in diagonale con lo sguardo ancora verso destra, vediamo Gesù avvolto nel sudario mentre viene deposto nel sepolcro e, all’estremo margine, Gesù risorto con ai piedi le tre guardie addormentate. In alto a destra, nel paesaggio azzurrino sullo sfondo, si scorge l’apparizione di Gesù risorto sul lago di Tiberiade. Sempre sul margine destro vediamo ancora, in alto, l’apparizione di Gesù alla Maddalena.


 Le storie raffigurate nella Passione, iniziando da sinistra verso destra, sono:

  • "L'Entrata di Cristo a Gerusalemme".
  • "La Cacciata dei mercanti dal Tempio".
  • "L'Ultima cena".
  • "Giuda che vende Gesù".
  • "L'Orazione nell'orto".
  • "Il Bacio di Giuda".
  • "Il Rinnegamento di Pietro".
  • "Cristo davanti a Caifa".
  • "Pilato che si lava le mani".
  • "La Flagellazione".
  • "L'Incoronazione di spine".
  • "L' Ecce Homo".
  • "Il Trasporto della croce".
  • "Cristo inchiodato alla croce".
  • "Cristo in croce".
  • "La Discesa dalla croce".
  • "La Deposizione nel sepolcro".
  • "La Discesa al Limbo".
  • "La Resurrezione".
  • "Noli me tangere".
  • "I Pellegrini di Emmaus".
  • "L'Apparizione di Cristo sul mare di Tìberiade".

    Per  meglio identificare gli episodi ecco riportate qui sotto gli ingrandimenti della foto:


    parte sinistra del dipinto








    parte destra del dipinto








FSSPX - Orari della Settimana Santa -

Dalla domenica delle Palme al giorno di Pasqua,
orari per le Messe e cerimonie nei Priorati e nelle cappelle.

Priorato Fraternità San Pio X (Albano Laziale – Roma)

Via Trilussa, 45 – 00041 Albano Laziale
Informazioni: 06.930.68.16 
 
 
Domenica delle Palme (1 aprile):
ore 10.00 benedizione delle Palme, processione, Messa cantata.

Giovedì Santo (5 aprile):
ore 7.30 Canto del Mattutino.
ore 19.00 Messa “In Coena Domini”, processione al Sepolcro, spogliazione degli altari, adorazione al Sepolcro fino alla mezzanotte.

Venerdì Santo (6 aprile):
ore 7.30 Canto del Mattutino.
ore 15.00 Via Crucis.
ore 18.00 Solenne Funzione liturgica: canto della Passione, Orazioni solenni, scoprimento ed adorazione della Croce, Comunione.

Sabato Santo (7 aprile):
ore 7.30 Canto del Mattutino.
ore 22.00 Veglia pasquale: benedizione del fuoco e del cero pasquale, benedizione dell’acqua battesimale, S. Messa solenne.

Domenica di Pasqua (8 aprile):
ore 10.30 Messa cantata.

Priorato San Carlo Borromeo (Torino)

Via Mazzini, 19 – 10090 Montalenghe (TO) 
                                                          Informazioni: 011.983.92.72 


Domenica delle Palme (1 aprile):
Ore 10.30    Benedizione delle Palme, processione, Messa cantata.
Giovedì Santo (5 aprile):Ore 18.30    Messa “In Coena Domini”, processione al Sepolcro, spogliazione degli altari, adorazione al Sepolcro fino alla mezzanotte.
Venerdì Santo (6 aprile):Ore 15.00    Via Crucis.
Ore 18.00    Solenne Funzione liturgica: canto della Passione, Orazioni solenni, scoprimento ed adorazione della Croce, Comunione.
Sabato Santo (7 aprile):Ore 22.00    Veglia pasquale: benedizione del fuoco e del cero pasquale, benedizione dell'acqua battesimale, S. Messa solenne.
Domenica di Pasqua (8 aprile):Ore 8.30    Messa.

Priorato Madonna di Loreto (Rimini)

Via Mavoncello, 25 – 47923 Spadarolo di Rimini
                                                        Informazioni: 0541.72.77.67 

Domenica delle Palme (1 aprile)
Ore   8.00    Messa letta.
Ore 10.00    Benedizione delle Palme, processione, Messa cantata.
Mercoledì Santo (4 aprile)
Ore 20.30    Canto del Mattutino del Giovedì Santo.
Giovedì Santo (5 aprile)
Ore 19.30    Messa in Cena Domini. Processione al sepolcro. Spogliazione degli altari. Adorazione al sepolcro fino alla mezzanotte.
Venerdì Santo (6 aprile) Giornata di ritiro in Priorato, aperta a tutti.
Ore 18.10    Via Crucis solenne
Ore 19.00    Solenne funzione liturgica. Canto della Passione. Orazioni solenni. Scoprimento e adorazione della Croce. Comunione.
Sabato Santo (7 aprile)
Ore 22.00    Veglia pasquale. Benedizione del fuoco e del cero pasquale. Benedizione dell’acqua battesimale. Santa Messa.
Domenica di Pasqua (8 aprile)
Ore   8.00    Messa letta
Ore 10.30    Messa cantata.

Altre cappelle



Roma:
Domenica delle Palme: ore 11.00 Messa letta;
Domenica di Pasqua: ore 11.00 Messa cantata.

Firenze:
Domenica delle Palme: ore 10.00 Messa;
Domenica di Pasqua: ore 10.00 Messa.

Lucca:
Domenica delle Palme: ore 17.30 Messa;
Sabato 7 aprile: Veglia pasquale ore 22.30.

Napoli:
Domenica delle Palme: ore 11.00 Messa;
Domenica di Pasqua: ore 11.00 Messa.

Velletri:
Domenica delle Palme: ore 8.00 Messa;
Domenica di Pasqua: ore 8.00 Messa.

Vigne:
Domenica delle Palme: ore 17.00 Messa;
Domenica di Pasqua: ore 10.30 Messa.
Giovedì Santo ore 18.00 Messa “In Coena Domini”;
Venerdì Santo ore 15.00 Via Crucis, ore 18.00 Solenne Funzione liturgica;
Sabato Santo ore 22.00 Veglia pasquale.

 Torino:
Domenica delle Palme: ore 17.30 Messa (attenzione! non ci sarà la Messa delle 11.00);
Domenica di Pasqua: ore 11.00 Messa.

Milano (Seregno):
Domenica delle Palme: ore 10.00 benedizione delle Palme, processione e Messa;
Sabato Santo: Confessioni dalle ore 11.00 alle 12.00 e dalle 14.30 alle 18.00;
Domenica di Pasqua: ore 10.00 Messa.


Ferrara:
Domenica delle Palme: ore 10.00 benedizione delle Palme, processione e Messa.
Domenica di Pasqua: ore 10.30 Messa.
Treviso (Lanzago di Silea):
Domenica delle Palme: ore 10.00 benedizione delle Palme, processione e Messa.
Sabato Santo: ore 22.00 Veglia pasquale.
Domenica di Pasqua: ore 10.30 Messa cantata.
Parma:
Domenica di Pasqua: ore 17.30 Messa.

Verona: 
Domenica di Pasqua: ore 18.00 Messa cantata.

Comunicato della Casa Generalizia della Fraternità Sacerdotale San Pio X


 


        Comunicato della Casa Generalizia della  

          Fraternità  Sacerdotale San Pio X



Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità San Pio X,  in seguito al suo incontro, il 16 marzo 2012, con il Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, esorta i fedeli a raddoppiare il fervore nella preghiera e la generosità nei sacrifici, nella Settimana Santa e nelle settimane che seguiranno la Festa di Pasqua, affinché si faccia la Volontà divina ed essa sola, secondo l’esempio datoci da Nostro Signore Gesù Cristo nell’Orto degli Ulivi: non mea voluntas, sed tua fiat (Luca 22, 42).

 

 

Più che mai si rivela indispensabile la Crociata del Rosario, iniziata a Pasqua del 2011 e che deve concludersi alla Pentecoste del 2012. Per questo la Fraternità San Pio X, che ricerca unicamente il bene della Chiesa e la salvezza delle anime, si rivolge fiduciosa alla Santissima Vergine Maria, affinché le ottenga dal suo Divino Figlio i lumi necessari per conoscere chiaramente la Sua volontà e per compierla coraggiosamente.
Invitiamo i fedeli ad offrire una Santa Comunione per questa intenzione. Desideriamo che essi facciano interamente loro, in pensiero ed opere, la preghiera che Nostro Signore ha chiesto di rivolgere al Nostro Padre dei Cieli: Sanctificetur nomen tuum, adveniat regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in caelo et in terra; sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!
Menzingen, 29 marzo 2012
Fonte: DICI


                                          

                        Video Fsspx Crociata del Rosario 

 

 


Predica di Monsignore Bernard Fellay a Lourdes

 LA NUOVA CROCIATA DEL ROSARIO

 

Eccellenze, Reverendi sacerdoti, religiosi, suore, cari fedeli, cari pellegrini,
Eccoci  riuniti per questa festa così magnifica del Cristo Re, per onorare, lodare, ringraziare, ascoltare, supplicare la Santissima Vergine Maria. E per festeggiare la festa di Cristo Re. Pio XI davanti alle tribolazioni del mondo, davanti a questa ribellione sistematica degli uomini contro Dio ha voluto insistere su questi diritti di Dio sulla terra. E questa festa di Cristo Re, di Nostro Signore Gesù Cristo, immagine del Dio invisibile, vero Dio e vero uomo, afferma questi diritti di Dio. E noi vediamo il Nostro Signore affermare questi diritti, non soltanto nel Cielo, non soltanto alla fine dei tempi, ma in tutti tempi, oggi e domani. Nostro Signore nel Pater ci chiede di pregare: «Sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra.» E cosi’, in questa Festa, l’abbiamo sentito nell’Epistola: «…Tutto è stato creato da Lui, e per Lui» e tutto trova in Lui sua consistenza: gli individui, le società, tutto.
Eppure, nonostante questa affermazione, questo richiamo, vediamo questo orecchio sordo del mondo che non vuole ascoltare. Lo vediamo già nell’Ottocento, lo vediamo già dalla Rivoluzione, vediamo che questo continua. Quando guardiamo queste apparizioni della Santa Vergine, sia alla Salette, sia a Lourdes, sia a Fatima, si ha l’impressione che il Cielo dica qualcosa come: «Non vogliono ascoltare il Figlio, forse ascolteranno la Madre». Queste Apparizioni sono delle misericordie del Buon Dio che appunto richiamano questi diritti di Dio. La Madonna ci conduce tutto dritto al Nostro Signore, a Dio. E se siamo qui, è innanzitutto per onorarLo, per dire che vogliamo, noi, prestare attenzione se la Santa Vergine, se il Cielo si degna di parlare agli uomini. Certo non è la rivelazione pubblica compiuta alla morte degli Apostoli, ma è ancora il Cielo che parla, e parla ovviamente, sempre nello stesso senso.
Noi siamo venuti qui per onorare questa messaggera del Cielo a cui piace confermare  il dogma che la riguarda. Il Dogma era stato promulgato quattro anni prima. Possiamo indovinare il piacere del Cielo davanti a questa proclamazione sulla Terra. Indoviniamo la gioia di Nostra Signora quando dice a Bernadette: Io sono l’Immacolata Concezione. E quindi, uniamoci a tutti coloro che salutano la Madonna nella Sua Immacolata Concezione. Mettiamoci tutto il nostro cuore, tutta il nostro affetto, tutta la nostra volontà di riparare per tutti questi miscredenti, per tutte queste povere anime che non trovano meglio da fare che insultare la loro Madre con tutti i tipi di offese. Ripariamo con questo saluto angelico, con questa catena d’Ave che è il rosario ripetuto.

Quello che ci dice qui la Madonna, è molto semplice: «Pregate, penitenza, penitenza, penitenza». Si potrebbe credere che la Vergine Maria è avara di parole, eppure, questo basta. Lei ci dà qui i due rimedi proporzionati alla situazione nella quale ci troviamo. Se noi siamo sulla terra, è con lo scopo di guadagnare il nostro Cielo, è per salvarci. Dio permette  che noi viviamo in un’epoca terribilmente perturbata, ma i rimedi sono sempre gli stessi, sono sempre ugualmente semplici: preghiera, e penitenza. E con quale insistenza ripete tre volte: «Penitenza, penitenza, penitenza». E’ proprio l’esatto eco delle parole del Nostro Signore  stesso: «Se voi non fate penitenza, perirete tutti». Queste parole erano vere nel momento in qui Lui le diceva, e sono ancora vere per tutti i tempi. E quello che succede da una quarantina d’anni -ed è qualcosa di veramente sorprendente-, è che questa parola è stata taciuta. Il mondo pensa solo al piacere, il mondo vuole solo la vita facile. E non si trovano quasi più bocche che richiamano questo cammino verso il Cielo: penitenza. È la Croce, è la via di Nostro Signore, e non un altro. Noi siamo salvati dalla Croce di Gesù. Ed è lì che troviamo, nel Suo Sangue che scorre, nella Sua morte, il prezzo pagato per la nostra redenzione. E se vogliamo essere salvati, dobbiamo seguirLo. Questo è il grande insegnamento del sacrificio della messa, di questa straordinaria iniziazione del Sommo Sacerdote,  invito alle anime battezzate ad unirsi al Suo sacrificio. E non soltanto per il tempo di una Messa, il tempo di una vita sulla terra.

Preghiera anche: questa preghiera, Lei ce la indica con le Sue mani che tengono un Rosario, ed ai Suoi piedi si vedono delle rose. Lourdes in arabo significa «rosa». Dal nome di questo castello: Mirat, che rifiutava di arrendersi a Carlo Magno nel 778, ma che, sulle ingiunzioni del Vescovo della città del Puy, consentì ad arrendersi corpo ed anima alla Regina del Cielo. E poco dopo si convertì prendendo il nome di Lourdes, Lourdus, cioè Rosa. Qui a Lourdes, siamo sulle terre della Santa Vergine. Una signora che ci insegna a pregare una catena di rose: il Rosario. Quanto insiste durante tutti questi secoli: pregate il Rosario. È ovvio che il Cielo abbia voluto mettere in questa preghiera una potenza molto particolare, un antidoto al mondo moderno, allo spirito moderno. Perché questa catena ci allaccia ai misteri di Nostro Signore, e ci unisce alle grazie che per questo mezzo abbiamo meritate, e ci fortifica nello spirito cristiano. Ci dà la forza di vivere da Cristiani oggi, in questo mondo. Dobbiamo quindi prendere sul serio questi due inviti alla penitenza e al Rosario.



La Protezione della Madonna sulla Fraternità San Pio X
Se siamo qui oggi, -siamo qui per il Giubileo dei 150 anni delle apparizioni di Nostra Signora- siamo qui anche per un altro Giubileo, che Noi vediamo come intimamente legato a Nostra Signora. Perché noi vediamo qui la protezione della Madonna. Questo Giubileo, carissimi fratelli, è quello dei 20 anni delle consacrazioni episcopali. E noi osiamo dire che vediamo in questo come un miracolo. È un miracolo che, vent’anni dopo noi siamo qui, che siamo qui senza avere cambiato rotta, in una tormenta estremamente difficile, delicata, una linea che è come il filo del rasoio, dalla quale è così facile cadere, sia a destra sia a sinistra. Ed umanamente, un passo sbagliato è quasi inevitabile. Che abbiamo mantenuto questa rotta, significa che abbiamo ricevuto una protezione molto speciale. E questa protezione, Noi osiamo attribuirla alla Madonna. Un’altra cosa, un’altra protezione, carissimi fratelli, è che i quattro vescovi consacrati 20 anni fa siano tutti qui, non soltanto  vivi, ma uniti. Uniti nel combattimento, nonostante tutti i profeti, i falsi profeti che predicevano già 20 anni fa ogni tipo di divisioni. E invece no, sono tutti qui, ed è una grande grazia del Cielo e noi ringraziamo la Santissima Vergine. E durante questi giorni noi vogliamo far salire verso la Madonna un grande slancio di gratitudine per queste consacrazioni, per tutta la protezione che  ha potuto dare a tutto questo movimento che noi chiamiamo la Tradizione. Ovviamente, noi supplichiamo il Cielo, noi supplichiamo la Santissima Vergine di mantenerci in questa linea di fedeltà, di fedeltà alla fede, di fedeltà alla Chiesa.

Oggi, fratelli carissimi, in questa linea delle consacrazioni, noi vorremmo lanciare una nuova crociata, e più precisamente una crociata del Rosario. Due anni fa, ne avevamo già lanciata una. Era per ottenere questo famoso «preambolo», come lo chiamiamo noi, per ottenere dal Santo Padre, tramite l’intervento della Santissima Vergine, che la Santa Messa, la Messa di sempre, ritrovi i suoi diritti nella Chiesa. Affinché questi diritti della Chiesa siano di nuovo affermati. Ed anche a Roma oggi, ci sono delle voci che attribuiscono a questa preghiera il famoso Motu Proprio. Fidandoci della Madonna, oggi vorremmo lanciare di nuovo la stessa crociata. Vorremmo incitare di nuovo la vostra generosità, carissimi Fratelli, per chiedere alla Santissima Vergine che Lei ottenga questo secondo preambolo: il ritiro del Decreto di scomunica. Perciò vi invitiamo ad offrire di nuovo, nella vostra generosità, un milione di rosari che potremmo di nuovo presentare al Sommo Pontefice con insistenza.

Se Noi chiediamo queste cose, è per due motivi, che sono a due livelli diversi, e di diversa importanza; il primo motivo, che non consideriamo come così importante. Ha ovviamente  qualche importanza, ma se lo paragoniamo al secondo motivo, ha meno importanza. Questo motivo è che, secondo me, questo argomento della scomunica viene molto spesso usato dai progressisti, come un modo facile per non entrare in discussione, per non ascoltare, per non guardare l’importanza di quello che vorremmo sottolineare, delle questioni gravi che dobbiamo porre. Queste questioni vengono facilmente messe da parte con queste parole: «Voi siete scomunicati». Il secondo motivo, più importante, è che questa scomunica di fatto non ha scomunicato essenzialmente quattro o sei persone. In realtà, Monsignor Lefebvre incarnava un particolare atteggiamento, e possiamo dire un atteggiamento cattolico per eccellenza di attaccamento al Deposito rivelato, di attaccamento a tutto quello che è stato dato da Nostro Signore alla Chiesa, e che è stato trasmesso di generazione in generazione e che viene  chiamato Tradizione. Non è un attaccamento fossile, oppure morto. È un attaccamento per prendere nel passato i principi, le lezioni e la vita per vivere oggi, perché la verità, cioè Dio, è al di sopra del tempo. La fede non cambia, i principi naturali non cambiano. E questa scomunica ha avuto come conseguenza che tutti coloro che, da vicino o da lontano tentano qualcosa in questo senso di attaccamento al passato della Chiesa si fanno – più o meno- trattare da «Lefebrvisti». In realtà è stato proprio questo atteggiamento cattolico, -assolutamente necessario all’essere della Chiesa ed alla sua continuazione-, che è stato scomunicato. E noi chiediamo al Santo Padre, al Sommo Pontefice che, diciamo, per definizione, per necessità dovuta al suo incarico, deve voler il bene della Chiesa, e quindi, deve voler anche questo «essere» cattolico che è stato condannato.

Abbiamo centinaia di esempi, nei quali vediamo dei seminaristi, ma soprattutto dei sacerdoti che, appena manifestano il più infimo atteggiamento in questo senso, di essere un po’ conservatori, hanno immediatamente ricevuto questa etichetta. Mi ricordo di un Monsignore, incontrato a Roma, che mi spiegava, -lui era Brasiliano-, che un giorno ebbe la strana idea di indossare una maglia nera. Questo era stato sufficiente per farsi trattare da Lefebvrista! E quindi per ricevere questa disapprovazione. Fare una cosa simile viene considerato quasi come un sacrilegio. Oppure, altro esempio, di un sacerdote, nelle Filippine questa volta, che per anni è stato trasferito da un posto all’altro perché anche lui era troppo conservatore. Lui diceva la nuova messa, voleva semplicemente dirla correttamente. Ma questo era troppo. Anche lui veniva considerato come Lefebvrista. Un bel giorno, si disse: «Devo sapere infine che cosa significa questa parola: Lefebvrista». Ed è venuto da  noi!

Nostra consacrazione alla Santissima Vergine Maria
Carissimi fratelli, e se  chiediamo ancora una volta il ritiro di questo decreto di scomunica, -insistiamo su questo punto-, questo non significa che dopo questo tutto sarà finito. Al contrario, questo passo assomiglia, se volete, allo sfrondamento nella giungla. Se  volete passare, se volete costruire una strada o in modo che un aereo atterri in qualche parte, bisogna innanzitutto spianare, sfrondare. In sé è un lavoro che non è essenziale né per la pista d’atterraggio, né per la strada, eppure è molto importante e facilita le cose. La cosa importante è la fede cattolica; una volta sbarazzata delle cose accessorie sulle quali si appoggiano precisamente i progressisti, -questa etichetta «scomunicato»-, speriamo di poter finalmente andare al fondo delle cose. Vedete, in questi giorni sono bastate alcune scosse alla  finanza e il mondo intero è stato preso dal panico, dicono che c’è una crisi economica, c’è una crisi finanziaria. Basta che la terra si muova un po’ troppo forte, e subito, -stavo per dire che tutto salti in aria-, tutti constatano che c’è un terremoto. Eppure la Chiesa viene messa sottosopra e ci dicono che va tutto bene. Bisogna andare al fondo delle cose. Ed è ovviamente questo che  vogliamo. Ed è questa grazia che in fondo chiediamo alla Santa Vergine. Anche se ci vogliono diverse  tappe per arrivarci.

E finalmente, carissimi fratelli, terminiamo su questo pensiero: vogliamo non soltanto una crociata del Rosario, non soltanto pregare la Santa Vergine. Stiamo vivendo dei tempi indescrivibili, e quando si vede quanto il Cielo insiste perché noi abbiamo una relazione molto speciale verso la Santa Vergine Maria, ci sembra che sia il momento giusto, questo Pellegrinaggio per rinnovare la nostra consacrazione alla Santissima Vergine Maria. Nel 1984, già da parecchio tempo, tutta la Fraternità San Pio X si era consacrata al Cuore Immacolato di Maria. E noi vediamo ed una volta ancora attribuiamo a questa protezione della Santissima Vergine Maria il fatto che siamo qui oggi, il fatto che questa opera continua a crescere. E non è il caso di vantarsi, ma molto semplicemente di constatare i fatti e di ringraziarne il Buon Dio, la Santissima Vergine Maria. Questa consacrazione ha delle conseguenze: non si tratta di un semplice atto, posto una volta e basta: bisogna viverne. Consacrare significa offrirsi. In questa consacrazione noi diciamo alla Santissima Vergine Maria  alla fine della Consacrazione che visto che ci siamo dati a Lei, il nostro apostolato è il suo apostolato, non è più il nostro. La responsabile di questo apostolato, è la Santissima Vergine Maria. Tocca a noi seguirLa, tocca a noi ascoltarLa. Consacrarsi significa anche lavorare per imitare le Sue virtù, la Sua vita, in quanto possiamo imitarLa: nella Sua fede, nella Sua umiltà, nella Sua purezza, in tutte le virtù. Quindi, con gran cuore, in tutta verità, rinnoviamo questa consacrazione. Lo faremo alla fine di questa omelia, per proclamare una volta ancora che noi vogliamo la Santissima Vergine Maria come nostra Madre, come nostra Regina, come nostra Sovrana. È Lei che Ci condurrà a Nostro Signore, è Lei che ci proteggerà, è Lei che ci condurrà a Dio e in Cielo.
In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
Segue l’Atto di Consacrazione della Fraternita’ Sacerdotale San Pio X alla Santissima Vergine Maria e al Suo Cuore Doloroso e Immacolato.


 


 

 

 

FSSPX: Comunicato stampa

                   FSSPX  COMUNICATO STAMPA




                                 Convegno massonico a Rimini 

 

 

Dal 30 marzo al 1 aprile la Gran Loggia del Grande Oriente d'Italia sarà presente al Palacongressi di Rimini per discutere sul tema: “Oltre la crisi, la bussola dei valori per ritrovare l'Uomo”. In questa occasione vorrei ricordare che la Chiesa ha più volte condannato la massoneria.
Il codice di Diritto canonico del 1914 affermava chiaramente che: “Coloro che aderiscono ad una setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere, che complottano contro la Chiesa o la legittima autorità, contraggono per il fatto stesso una scomunica semplicemente riservata alla Sede apostolica”. (Can. 2335) .
Nel 1983 il Prefetto per la Congregazione della dottrina della fede, l’allora Card. Ratzinger, ribadiva la condanna della Massoneria con questi termini: “Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”. (S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983).

don Pierpaolo Maria Petrucci
Superiore del Distretto d’Italia
della Fraternità Sacerdotale San Pio X

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Rimini, tremila massoni divisi al congresso. La segretezza, i nomi illustri, l’influenza in ogni ambito


Segnalazione di Raimondo Gatto
Il gran maestro Raffi dovrebbe lasciare nel 2014, ma già oggi la sua guida è paragonata a quella di Mario Monti: un tecnico che traghetta gli iscritti delle 757 logge. Lasciandosi alle spalle la P2, ma costretto a confrontarsi ogni giorno con i nuovi intrecci che si chiamano P3 e P4
È di nuovo tempo di grembiuli e cappucci a Rimini, dove sono attese migliaia di massoni per la Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia, in programma dal 30 marzo al 1 aprile al Palacongressi. Almeno 3 mila, dicono le prenotazioni e gli accrediti, arriveranno sulla riviera romagnola per l’appuntamento annuale che riunisce gli affiliati all’organizzazione di Palazzo Giustiniani, la realtà massonica che vanta oltre 200 anni di una storia. E che dichiara di avere ancora appeal, nonostante le ombre provenienti della storia recente – l’esperienza di Licio Gelli in primis, mai tramontata e ancora piena zeppa di punti oscuri, giudiziari, ma anche politici  – e le più attuali spaccature interne tra fazioni che ricordano quelle dei partiti. Da una parte gli uomini del gran maestro, dall’altra le opposizioni interne.
I dati in Italia sono di fonte massonica. I numeri sembrano confortare la leadership del Goi. E non potrebbe che essere, così dato che – vista la segretezza delle liste, blindate da sempre  – la fonte reca la firma del gran maestro Gustavo Raffi, autore di una recente pubblicazione, “In nome dell’uomo”, in base alla quale in Italia ci sono 21.400 massoni e 757 logge. Sempre secondo la stessa fonte, negli ultimi anni ci sarebbe stato un crescendo di iniziazioni: nel 1999, secondo il Goi, coloro che aderivano erano 12.630 mentre nel 2003 avevano raggiunto quota 15.099. Punto di svolta sarebbe stato poi il 2009, quando gli aderenti hanno per la prima volta sfondato quota 20 mila “fratelli”. A questo si aggiunga che, in base a quanto viene scritto nel libro di Raffi, “l’età media dei fratelli attivi è scesa a 53,6 anni, mentre di anni 43,2 è l’età media dei bussanti”, cioè di coloro che chiedono di essere iniziati.
Sarà dunque questa la massoneria che si presenterà con l’abito buono a Rimini in periodi di tasche vuote, occupazione che scompare e tutele dei lavoratori che saltano. Una massoneria che, dopo aver elogiato il presidente del consiglio Mario Monti, intende ritagliarsi un ruolo guida. “Vogliamo e dobbiamo esserci”, dice il gran maestro Raffi. Non a caso, dunque, il congresso è intitolato “Oltre la crisi, la bussola dei valori per ritrovare l’Uomo”. In programma interventi di docenti, intellettuali e pensatori i cui nomi vanno da Gianni Vattimo a Giulio Giorello, da Aldo Masullo a Oscar Giannino e Alessandro Cecchi Paone, già presente a Rimini l’anno scorso.
L’ascesa del gran maestro Raffi e le spaccature interne. Ma tutto è così edulcorato come sembra? Ciò che è certo è che il Goi si prepara a una scadenza spinosa, le elezioni del 2014 che dovrebbero chiudere definitivamente l’era Raffi. È lui la figura che si è posta l’obiettivo di superare una volta per tutte le “macchie” della P2, definita in più occasioni dall’avvocato romagnolo “lontana da noi come le Brigate Rosse lo erano dal partito comunista”. L’occupazione dello Stato (passata attraverso l’affiliazione dei più elevati vertici del mondo militare, economico e politico, oltre che attraverso gli spettri golpistici e i depistaggi nella storia delle stragi) è liquidata dunque come opera del “materassaio (lavorava alla Permaflex ndr) di Arezzo”.
Chiuso questo capitolo – almeno nelle volontà degli uomini di maggioranza relativa del Goi, rapidi nell’etichettare come “deviazioni dal libero pensiero” affiliati o presunti tali che finiscono in inchieste come quelle su P3 e P4 –, l’egida Raffi, originario di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna, si è originata sotto i lumi di personaggi che hanno contato nel mondo di cappucci e compassi. Già di per sé la Romagna è terra di tradizione massonica, vantando nomi come quello del politico repubblicano Nevio Baldisserri e del compagno di partito Celso Cicognani, sindaco di Ravenna a cavallo tra gli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta.
L’avvocato a capo da 13 anni del Goi è stato iniziato nel 1968 entrando nella loggia “Dante Alighieri”, che esiste ancora, e poi ne ha fondato una propria, “La Pigneta”, in omaggio a una realtà che proveniva direttamente dal periodo napoleonico. Infine il 20 marzo 1999 l’approdo all’apice della più estesa loggia italiana, al vertice della quale è stato per tre mandati, l’ultimo iniziato il 1 marzo 2009 con una manciata di preferenze. Ed è a questo punto che è diventata evidente una frattura interna mai ricomposta.
Se c’è chi scherza sul fatto che le lotte intestine sono “normali”, quasi fossero un’altra tradizione massonica fin dai tempi dei cavouriani, oggi c’è chi gira le spalle al folklore risorgimentale e annuncia il “prossimo surclassamento della vecchia guardia”. Un surclassamento almeno tentato per esempio dal Grande Oriente D’Italia Democratico di Gioele Malgaldi. Il quale, con le sue lettere aperte al “fratello Silvio Berlusconi”, addebitava al Goi l’“assenza di qualsivoglia spazio libero messo a disposizione” degli iscritti. Raffi ha respinto quest’accusa così come quella che vorrebbe molti esponenti della sua loggia troppo vicini alle istanze del Pdl ricordando uno scontro sotterraneo ma che ha rischiato di finire nelle aule di tribunale con politici come il già coordinatore nazionale del partito Denis Verdini, carica che ha ricoperto con Sandro Bondi e Ignazio La Russa.
“Le liste di ‘fratelli’? Quando ci sarà una legge che lo impone”. E in questi anni Raffi ha puntato sulla “trasparenza”. Ribadita fin dalla prima allocuzione, quella della “rivoluzione del sorriso”, è pur sempre una trasparenza a modo suo che passa più volentieri attraverso riviste, siti Internet e canali per radio e tv. Ma rimane il fatto che l’elenco degli iscritti resta tabù e Raffi ha più volte dichiarato che l’obbedienza che rappresenta lo farà solo se sarà un obbligo per tutti. “Quando ci sarà una legge che lo impone e che tutelerà i massoni dal clientelismo”, aveva detto al fattoquotidiano.it, “ci adegueremo”.
Intanto, chi cita singoli iscritti o, peggio, pubblica lista di iniziati, rischia di vedersela con avvocati e querele, quando non con citazioni in sede civile per richieste di risarcimento danni. Inutile bussare anche alle porte delle prefetture, presso cui dovrebbero essere depositate le liste ma sulle quali si viene rimbalzati malgrado una legge datata 1982 contro le logge coperte. E in merito ai nomi, al momento, si spendono solo quelli spendibili a livello nazionale e internazionale per dare richiamo alla massoneria, quasi fosse (e lo sembra) una campagna di marketing.
Allora ecco che, oltre agli stracitati Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, si indicano tra i massoni illustri i più glamour Walt Disney e Clark Gable o il principe Antonio De Curtis, in arte Totò. Oppure, ancora, esponenti più seriosi come Lando Conti, sindaco di Firenze tra il 1984 e il 1985 ucciso dalle Brigate Rosse il 10 febbraio 1986. Colui, per citare ancora Raffi, che “incarna il ritratto del perfetto amministratore” e alla lista degli illustri iniziati aggiunge “Ernesto Nathan, il più grande sindaco di Roma, del pari mazziniano e massone, addirittura Gran Maestro”.
Non una parola ulteriore invece sul “materassaio”, Licio Gelli, l’uomo che uscì proprio da Palazzo Giustiniani a metà degli anni Sessanta per avviare, in un scalata prodigiosa e poco osservante dei “gradini” della gerarchia massonica, quella che “nessuno più negare che […] stata un’associazione a delinquere”, come la definì Sandro Pertini. La P2, appunto. E nemmeno oggi una parola nel commentare affermazioni come quelle dello scorso dicembre di Cesare Geronzi, anima nera della finanza italiana, che dichiarò: “La massoneria [...] conta, forse conta molto, ed è spesso segnalata come protagonista di snodi più importanti di settori politici e finanziari”.
di Antonella Beccaria e Giulia Zaccariello, Il Fatto Quotidiano, 26/03/2012

martedì 27 marzo 2012

Ecône: Nuove Ordinazioni al Suddiaconato







Ecône: Nuove Ordinazioni al Suddiaconato


Foto di gruppo






Il giorno 24 marzo 2012, si è tenuta ad Ecône la cerimonia per il conferimento dei secondi Ordini Minori e per l’ordinazione di otto  nuovi suddiaconi tra cui un francescano cappuccino di Morgon. Due degli ordinandi erano i seminaristi italiani don Gabriele D’Avino e don Enrico Doria.

 La cerimonia è stata officiata da Sua Eccellenza Mons. Tissier de Mallerais e vi hanno partecipato, tra gli altri, numerosi sacerdoti italiani: dal distretto italiano, oltre al nuovo superiore don Pierpaolo Petrucci, sono giunti don Fausto Buzzi da Albano e don Luigi Moncalero e don Giuseppe Rottoli da Montalenghe, accompagnati da fra’ Pietro Maria; infine dalla Scozia ci ha raggiunti anche don Mauro Tranquillo per salutare i nuovi suddiaconi. Durante la predica iniziale, che, vista la presenza di numerosi fedeli italiani (circa una sessantina tra parenti ed amici) Sua Eccellenza ha scelto di tradurre anche in italiano, Mons. Tissier ha spiegato l’importanza dell’ordine del Suddiaconato, con il quale i seminaristi compiono il primo atto definitivo di donazione totale a Dio e alla Santa Chiesa, mirabilmente sugellato con la scelta della castità perfetta, con il dulce pondus del Breviario e con l’importante compito di custodire i vasi sacri e i sacri lini. Suggestivo è stato l’atto simbolico del “passo” col quale i candidati hanno risposto all’invito del vescovo: si in sancto proposito perseverare placet, in nomine Domini, huc accedite, seguito dalla recita delle litanie ai santi, durante la quale i giovani seminaristi si sono prostrati al suolo, simboleggiando, con ciò, il distacco definitivo dal mondo.

 Al termine della cerimonia, Sua Eccellenza, come d’abitudine, ha benedetto i bambini che lo aspettavano all’esterno della chiesa. Dopo le foto di rito, il gruppo italiano si è riunito nei locali della scuola Fleurs de Mai a Riddes, dove, in atmosfera di gioia e convivialità, si è consumato un ottimo pranzo cucinato da don Massimo Sbicego, coadiuvato, tra gli altri, dal resto dei seminaristi italiani, concludendo così la splendida giornata.




 Durante la sua omelia, Sua Eccellenza ha sottolineato l'importanza del suddiaconato con il quale i seminaristi compiono il primo atto definitivo di donazione totale a Dio e alla Santa Chiesa

Deo Gratias!


FSSPX: I VALORI NON NEGOZIABILI DELLA FEDE




"Non si può pretendere che Dio doni la vittoria senza chiedere agli uomini d’arme di dare battaglia, è una forma di diserzione!"
(Santa Giovanna d’Arco)

E' citando Giovanna d'Arco che Mons. Fellay ribadì in questa intervista del 28 novembre 2011 la netta posizione della FSSPX da mantenere con Roma riguardo il Preambolo dottrinale.


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La Fraternità San Pio X e il Preambolo dottrinale 

 Intervista a Monsignor Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità San Pio X



Perché il Preambolo Dottrinale che Le ha consegnato il Card. Levada lo scorso 14 settembre è circondato da un cotale segreto sia da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sia da parte della Fraternità San Pio X? Cosa nasconde questo silenzio ai sacerdoti e ai fedeli della Tradizione?
Questa discrezione è normale in ogni procedura importante; ne garantisce la serietà. Accade che il Preambolo dottrinale che ci è stato consegnato sia un documento che, come indica la nota che l’accompagna, è suscettibile di chiarimenti e di modifiche. Non si tratta di un testo definitivo. Noi invieremo a breve una risposta a questo documento, ove indicheremo con franchezza le posizioni dottrinali che ci sembra indispensabile mantenere. Dopo l’inizio dei nostri colloqui con la Santa Sede – i nostri interlocutori lo sanno bene – la nostra costante preoccupazione è stata quella di presentare in tutta lealtà la posizione tradizionale.
Da parte di Roma, la discrezione s’impone anche perché questo testo – pur nello stato attuale che necessita numerosi chiarimenti – rischia fortemente di suscitare l’opposizione dei progressisti, i quali non ammettono la semplice idea di una discussione sul Concilio, perché considerano che questo Concilio pastorale sia indiscutibile o “non negoziabile”, come se si trattasse di un Concilio dogmatico.

(Essi considerano il concilio indiscutibile ma sono i nostri Valori della Fede che "Non sono negoziabili")


Malgrado tutte queste precauzioni, le conclusioni della riunione dei Superiori della Fraternità San Pio X ad Albano, del 7 ottobre, sono state divulgate su internet, da fonti diverse, ma concordanti.
Su internet le indiscrezioni non mancano mai! È vero che questo Preambolo dottrinale non può ricevere il nostro avallo, benché comporti un margine per una “legittima discussione” su certi punti del Concilio. Qual è l’ampiezza di questo margine? La proposta che avanzerò in questi giorni alle autorità romane e la loro risposta ci permetteranno di valutare le possibilità che ci vengono lasciate. E qualunque sia il risultato di questi scambi, il documento finale che verrà accettato o respinto sarà reso pubblico.

Meglio fare apparire le difficoltà che le soluzioni

Dal momento che questo documento è poco chiaro, a suoi occhi, non sarebbe più semplice opporre la non ricevibilità ai suoi autori?
Più semplice forse, ma non più onesto. Visto che la nota che l’accompagna prevede la possibilità di apportare dei chiarimenti, mi sembra necessario chiederli piuttosto che rifiutarli a priori. Questo non pregiudica in niente la risposta che daremo.
Dal momento che il dibattito tra noi e Roma è essenzialmente dottrinale e verte principalmente sul Concilio, e considerato che questo dibattito non riguarda solo la Fraternità San Pio X, ma proprio tutta la Chiesa, le precisazioni che otterremo o meno, avranno il merito non trascurabile di far meglio apparire dove stanno le difficoltà e dove le soluzioni. È questo lo spirito che ha sempre guidato i nostri colloqui teologici in questi due ultimi anni.
Questo documento serve da preambolo ad uno statuto canonico, ma ciò non comporta implicitamente la rinuncia alla tabella di marcia che Lei aveva fissata e che prevedeva innanzi tutto una soluzione dottrinale prima di un accordo pratico?
Si tratta proprio di un preambolo dottrinale la cui accettazione o il cui rifiuto condizionerà l’ottenimento o meno di uno statuto canonico. La dottrina non passa affatto in secondo piano. E prima di impegnarci su un eventuale statuto canonico, studieremo in maniera attenta questo Preambolo con il criterio della Tradizione, alla quale siamo fedelmente legati. Poiché noi non dimentichiamo che sono proprio le divergenze dottrinali all’origine della controversia fra Roma e noi, da 40 anni; il metterle da parte per ottenere uno statuto canonico ci esporrebbe al veder riemergere inevitabilmente le stesse divergenze, tale da rendere lo statuto canonico più che precario, molto semplicemente invivibile.
Dunque, in fondo nulla è cambiato dopo questi due anni di colloqui teologici fra Roma e la Fraternità San Pio X.
Questi colloqui hanno permesso ai nostri teologi di esporre chiaramente i punti principali del Concilio che presentano delle difficoltà alla luce della Tradizione della Chiesa. Parallelamente, e forse grazie a questi colloqui dottrinali, in questi due ultimi anni altre voci si son fatte sentire oltre alle nostre, le quali hanno formulato delle critiche sul Concilio che si riallacciano alle nostre. Così, Mons. Brunero Gherardini, nel suo libro Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, ha insistito sui differenti gradi di autorità dei documenti conciliari e sul “contro-spirito” che si è infiltrato nel Concilio Vaticano II fin dall’inizio. Anche Mons. Athanasius Schneider ha avuto il coraggio di chiedere, in occasione di un congresso a Roma della fine del 2010, un Syllabus che condanni gli errori d’interpretazione del Concilio. Nello stesso spirito, lo storico Roberto de Mattei ha mostrato chiaramente le influenze contrarie esercitate sul Concilio, col suo libro Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta. Bisognerebbe citare anche la supplica rivolta a Benedetto XVI da quegli intellettuali cattolici italiani che chiedono un esame approfondito del Concilio.
Tutte queste iniziative, tutti questi interventi, indicano chiaramente che la Fraternità San Pio X non è più la sola a vedere i problemi dottrinali posti dal Vaticano II. Questo movimento si estende e non si fermerà più.
Si, ma questi studi universitari, queste analisi dotte non apportano alcuna soluzione concreta ai problemi che il Concilio pone hic et nunc.
Questi lavori sollevano le difficoltà dottrinali poste dal Vaticano II e dimostrano quindi perché l’adesione al Concilio è problematica. Il che è un primo passo essenziale.
A Roma stessa, le interpretazioni evolutive che si danno della libertà religiosa, le modifiche che sono state apportate a questo proposito nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel suo Compendio, le correzioni attualmente allo studio del Codice di Diritto Canonico… esprimono la difficoltà che si incontra quando ci si voglia attenere ai testi conciliari ad ogni costo, e dal nostro punto di vista questo dimostra proprio l’impossibilità di aderire in maniera stabile ad una dottrina in movimento.

Il Credo non è più sufficiente per essere riconosciuti come cattolici?

Ai suoi occhi, cos’è che oggi è stabile dottrinalmente?
La sola dottrina ne varietur è in tutta evidenza il Credo, la professione di fede cattolica. Il Concilio Vaticano II s’è voluto pastorale, non ha definito dei dogmi. Non ha aggiunto agli articoli di fede: “credo nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità…”. Il Credo non sarebbe più sufficiente, oggi, per essere riconosciuto come cattolico? Esso non esprime più tutta la fede cattolica? Si esige oggi che coloro che abbandonano i loro errori e si riuniscono alla Chiesa cattolica professino la loro fede nella libertà religiosa, nell’ecumenismo o nella collegialità? Per noi figli spirituali di Mons. Lefebvre, che ha sempre evitato di costituire una Chiesa parallela e che ha voluto essere sempre fedele alla Roma eterna, non v’è alcuna difficoltà ad aderire pienamente a tutti gli articoli del Credo.
In questo contesto, si può avere una soluzione alla crisi nella Chiesa?
A meno di un miracolo, non può esserci alcuna soluzione immediata. Per riprendere l’espressione di Santa Giovanna d’Arco, pretendere che Dio doni la vittoria senza chiedere agli uomini d’arme di dare battaglia, è una forma di diserzione. Volere la fine della crisi senza sentirsi interessati o implicati significa non amare davvero la Chiesa. La Provvidenza non ci dispensa dal compiere il nostro dovere di stato là dove essa ci ha posto, dall’assumere le nostre responsabilità e dal rispondere alle grazie che ci ha accordato.
La situazione presente della Chiesa, nei nostri paesi un tempo cristiani, è la caduta drammatica delle vocazioni: quattro ordinazioni a Parigi nel 2011, una sola nella diocesi di Roma per il 2011-2012; è la rarefazione allarmante dei preti: come quel curato nell’Aude che ha 80 chiese; si tratta di diocesi esangui al punto che nel prossimo avvenire in Francia bisognerà raggrupparle come sono già state raggruppate le parrocchie… In una parola, la gerarchia ecclesiastica oggi è alla testa di strutture sovradimensionate per degli effettivi in calo costante, cosa che è propriamente ingestibile e non solo sul piano economico… Per darne un’idea, sarebbe come voler mantenere attivo un convento concepito per 300 religiosi quando non ne sono rimasti che 3. Tutto questo può continuare così ancora 10 anni?
Dei giovani vescovi e preti che ereditano questa situazione prendono sempre più coscienza della sterilità di 50 anni di apertura al mondo moderno. Non danno la colpa unicamente alla laicizzazione della società, si interrogano sulle responsabilità del Concilio che ha aperto la Chiesa a questo mondo in piena secolarizzazione. Essi si chiedono se la Chiesa poteva adattarsi fino a questo punto alla modernità, senza adottarne lo spirito.
Questi vescovi e questi preti si pongono tali domande, e certuni le pongono a noi… discretamente, come Nicodemo. Noi rispondiamo loro che è necessario sapere se di fronte a tale penuria, la Tradizione cattolica è una semplice opzione o una soluzione necessaria. Rispondere che è un’opzione significa minimizzare, cioè negare la crisi nella Chiesa e volersi accontentare con misure che hanno già dato prova della loro inefficacia.

L’opposizione dei vescovi

Ma anche se la Fraternità San Pio X ottenesse da Roma uno statuto canonico, non potrebbe offrire alcuna soluzione sul campo, malgrado tutto, poiché i vescovi vi si opporrebbero, come hanno fatto col Motu Proprio sulla Messa tradizionale.
Questa opposizione dei vescovi nei confronti di Roma si è espressa in maniera sorda ma efficace riguardo al Motu Proprio sulla Messa tridentina e continua a manifestarsi ostinatamente da parte di certi vescovi a proposito del pro multis del canone della Messa, che Benedetto XVI, conformemente alla dottrina cattolica, vuole che si traduca con “per molti” e non con “per tutti”, come nella maggior parte delle liturgie in lingua volgare. In effetti, certe conferenze episcopali persistono nel mantenere questa falsa traduzione, come recentemente in Italia.
Così è il Papa stesso che fa esperienza di questa dissidenza di molte conferenze episcopali, su questo argomento e su molti altri, e questo può permettergli di comprendere facilmente l’opposizione feroce che la Fraternità San Pio X incontrerà immancabilmente da parte dei vescovi nelle loro diocesi. Si dice che Benedetto XVI desideri personalmente una soluzione canonica; occorrerà anche che voglia usare i mezzi che la rendano realmente efficace.
(... per la consacrazione della Russia)

È in ragione della gravità della crisi recente che Lei ha indetto una nuova crociata del Rosario?
Domandando queste preghiere, ho voluto soprattutto che i sacerdoti e i fedeli fossero più intimamente uniti a Nostro Signore e alla Sua Santa Madre, con la recitazione quotidiana e la meditazione profonda dei misteri del Rosario. Noi non siamo in una situazione ordinaria, che ci permetterebbe di accontentarci di una mediocrità abitudinaria. La comprensione della crisi attuale non si fonda sulle voci diffuse via internet, come le soluzioni non scaturiscono dall’astuzia politica o dalla negoziazione diplomatica, su questa crisi occorre avere uno sguardo di fede. Solo la frequentazione assidua di Nostro Signore e della Madonna permetterà di conservare, tra tutti i sacerdoti e i fedeli legati alla Tradizione, quella unità di vedute che procura la fede soprannaturale. È così che faremo blocco in questo periodo di grande confusione.
Pregando per la Chiesa, per la consacrazione della Russia, come ha chiesto la Santa Vergine a Fatima, e per il trionfo del Suo Cuore Immacolato, noi ci eleviamo al di sopra delle nostre aspirazioni troppo umane, superiamo i nostri timori troppo naturali. È solo a questa altezza che potremo veramente servire la Chiesa, col compimento del dovere di stato affidato ad ognuno di noi.
Menzingen, 28 novembre 2011
Fonte: DICI

 

lunedì 26 marzo 2012

Come collocarsi nella Chiesa?

               Come collocarsi nella Chiesa?

 

 

 



Gli ultimi avvenimenti sopraggiunti ad iniziativa del Papa Benedetto XVI, non fanno che confermare ancora oggi la giustezza dei comportamenti adottati a suo tempo da Mons. Lefebvre di fronte alle autorità ufficiali allora in carica.
Poiché spesso il magistero oggi non si esercita più in maniera normale e coerente, è impossibile sottomettersi assolutamente alle sue direttive, come se niente fosse.
Ci troviamo quindi obbligati a seguire il consiglio di San Paolo: «Non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.» (I Ts 5, 20-22). Ricordiamoci che l’obbedienza cieca – quella che non guarda ai motivi per sottomettersi – esiste nella Chiesa solo molto raramente. Infatti, ci si deve sottomettere senza condizioni quando l’autorità papale impegna la sua infallibilità, come nelle definizioni dogmatiche ex cathedra. L’ultima definizione di questo tipo data del 1950, quando il Papa Pio XII dichiarò ciò che bisogna credere dell’Assunzione della Santissima Vergine Maria. Da allora non s’è prodotto niente di simile. È del tutto evidente, però, che questo non significa che si debbano passare sistematicamente al vaglio del pensiero personale tutti gli atti del Papa. Il libero esame non è un criterio cattolico per raggiungere la verità, quindi non si tratta di trarre il buono dal cattivo a proprio piacimento, facendo riferimento alle proprie intuizioni o alle proprie idee personali, significherebbe adottare la mentalità protestante. Non è questo che bisogna fare e non è questo che facciamo.
1 - La più alta autorità, può venir meno?
Se il Papa è infallibile a certe condizioni, sicuramente non è impeccabile in tutti i suoi atti. È possibile quindi che vi siano delle iniziative cattive e molto perniciose dei papi, cosa che è certa ed è facile da dimostrare. Anche resistere all’autorità non è in sé una cosa normale, e tuttavia neanche questa è una cosa inedita. Nella Lettera ai Galati, 2, 11-14, leggiamo che l’Apostolo Paolo ha resistito nei confronti di Pietro, per tre ragioni: «1- perché evidentemente aveva torto… 2- gli altri Giudei lo imitarono… al punto che Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia… 3 - non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo». Eppure Pietro era il capo incontestato tra gli Apostoli, ma grazie al rimprovero pubblico del giovane convertito egli ha riconosciuto umilmente il suo errore ed ha rettificato il suo atteggiamento, cessando di «costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei». Se Paolo avesse taciuto, tutta la Chiesa nascente sarebbe stata gravemente sovvertita dalle ambiguità di Pietro.
Non andiamo oltre.
Riteniamo che la più alta autorità della Chiesa possa assumere delle decisioni molto nocive: si è verificato qualche volta nel lontano passato della Chiesa, ma molto più frequentemente a partire dal 1960.
Gli avvertimenti profetici di Fatima ci hanno predetto che in quegli anni sarebbe sopraggiunta una grande crisi della fede: sta a noi comprendere e saper giudicare l’albero dai suoi frutti.
2 - Che succede al Papa attuale?
Per quanto riguarda il Papa Benedetto XVI, egli ha appena compiuto, uno dopo l’altro, almeno tre atti che hanno già una risonanza importante e nefasta.
Il primo è costituito dalla pubblicazione del suo libro Luce del mondo. Si tratta di un’intervista rilasciata al giornalista Peter Seewald. Le dichiarazioni che Benedetto XVI fa a modo di conversazione, contengono in effetti molte approssimazioni e falsità, non solo sulla dottrina e la storia, ma anche sulla morale e su altri argomenti.
Non mi soffermerò su questo, ma questo scritto è molto ingannevole dal punto di vista della forma e del contenuto. Gli errori e le approssimazioni che vi si trovano non sono degne di uno studioso e del capo della cattolicità.
Se San Paolo ha usato nei confronti di Pietro il termine ipocrisia, il libro intitolato Luce del mondo si colloca esattamente sulla stessa linea, poiché è pieno di tenebre e troppo conforme allo spirito del mondo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo», dice San Paolo (Rm 12, 2).
Adottare uno stile mediaticamente corretto non impegna certo l’infallibilità del magistero, ma unicamente la persona di Ratzinger. Cosa che non impedisce che la maggioranza dei lettori non faccia la differenza e prenda il tutto come l’insegnamento ufficiale della Santa Chiesa.
Il secondo è costituito dal suo desiderio di realizzare a ottobre un’Assisi III, una riunione di tutte le religioni per pregare per la pace al fine di celebrare il 25° anniversario di quel primo incontro voluto da Giovanni Paolo II.
Le due prime riunioni di Assisi sono, checché se ne dica, dei peccati molto gravi contro il primo comandamento: Non avrai altri dei di fronte a me (Es 20, 3), e molto scandalose in se stesse, cioè indipendentemente dalle intenzioni generose che animano gli autori.
A questo proposito, ricordiamo due piccole cose.
In occasione di Assisi I (1986), delle chiese furono messe a disposizione delle false religioni, per il loro culto, e un simulacro di Budda venne posto sull’altare di una di esse.
In occasione di Assisi II (2002), per evitare le distorsioni scioccanti del 1986, vennero approntate delle sale per i partigiani delle false religioni, ma preventivamente ci si preoccupò di togliere i crocifissi per non mettere in imbarazzo i non cristiani.
Questi due atti (profanazione delle chiese con i falsi culti e rimozione delle croci), ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri, non sono insignificanti. Potrebbe Dio benedire tali cose? Gesù, che ha scacciato i mercanti dal Tempio, potrebbe gradire che i falsi dei vengano onorati nelle sue chiese e che i loro adoratori vi si installino come i briganti nella caverna? Rimuovere le croci è davvero il modo per richiamare l’apprezzamento di Colui che ha voluto salvarci con la Sua Croce? E allora, si deve pensare che è insensato che la Chiesa ci faccia cantare «O Crux ave, spes unica», «Salve, o Croce, speranza unica»?
Per di più, tali iniziative comportano delle conseguenze insidiose e perverse per l’animo dei battezzati, i quali finiscono per adottare gli stessi principi dei massoni: l’unione degli uomini al di là delle religioni.
Il terzo è costituito dalla volontà di beatificare Giovanni Paolo II, il Papa che ha lasciato scomunicare la Tradizione mentre si diffondevano dappertutto le peggiori aberrazioni dottrinali e liturgiche. Lo stesso Giovanni Paolo II che ha baciato il Corano e perpetrato innumerevoli scandali di cui Assisi è senza dubbio il più penoso e disastroso per le anime (si veda il libro di Don Leroux, Pietro, mi ami tu? - [disponibile presso i Priorati della FSSPX]).




3 – Come vedere chiaro quando le tenebre sommergono le guide religiose e queste diventano, secondo l’espressione del Vangelo: «ciechi che guidano altri ciechi» (Mt 15, 14).
In modo particolare, due principi devono essere ripresi e devono servirci da faro in momenti come questi: «Ciò che era vero ieri non può essere falso oggi» e «Ciò che è nuovo adesso, per essere legittimo e ricevibile, innanzi tutto non deve opporsi al passato, ma deve assumerlo totalmente perfezionandolo».
Tra le altre cose, è in ragione di questi due principi che noi rifiutiamo Assisi, la nuova Messa e molte delle riforme dell’ultimo Concilio.
Assisi.
La Chiesa si è sempre opposta alle altre religioni (cristiane o non cristiane) perché sono false. Essa le ha sempre combattute con la parola, con gli scritti, con ogni sorta di coercizioni (scomunica degli eretici) e con l’esempio dei Santi (i martiri d’Inghilterra del XVI secolo, uccisi solo per la loro fedeltà a Roma). Talvolta, quando non c’erano altri mezzi per proteggersi, le ha perfino combattute con le armi dei soldati cristiani. Questa è la verità di ieri.
Una riunione interreligiosa contraddice l’agire costante della Chiesa. Essa può solo generare confusione negli spiriti, facendo credere che possa esserci un’unione buona e costruttiva per mezzo e al di là delle confessioni religiose.
Qui si tratta del fatto, lo ribadiamo, che si sono introdotti nella Chiesa i tipici principi massonici: libertà religiosa, uguaglianza dei culti e fraternità, non nel battesimo e nella fede, ma unicamente nella nostra comune umanità.
Quanto a noi, sappiamo che costruire la pace senza Cristo e la Sua Chiesa significa voler edificare una torre fino al cielo senza l’intervento di Dio. Le conseguenze sono note: si realizzerà l’inverso: la dispersione invece dell’unione, la confusione e la guerra invece dell’intesa e della pace.
La nuova Messa.
Che importa che la nuova Messa sia valida quando si sa che essa «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino» (Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato a Paolo VI dai cardinali Ottaviani e Bacci nel 1969).
Per chi ha compreso questo diventa impossibile assistervi, perché nessuno può costringerci a cambiare la nostra fede o anche solo a diminuirla. Ora, quand’anche la nuova Messa non cambiasse la fede (certe «messe» festive e fantasiose lo fanno: come le messe clown o le messe danzanti), quanto meno sminuisce l’espressione della Presenza Reale, del Santo Sacrificio e soprattutto della propiziazione, anche quando è ben celebrata da un prete pio e serio.
I cambiamenti della nuova Messa non assumono il passato della Chiesa, non v’è una perfezione del rito antico, ma una regressione nell’espressione della fede: dunque diventa perfettamente legittimo resistervi.

4 – Non tutti i cambiamenti sono malvagi.
Abbondano gli esempi delle novità introdotte nella Chiesa, che sono legittime perché perfezionano la dottrina o affinano la liturgia o la morale. I termini usati dalla Chiesa, quali Consustanziale, Transustanziazione, Immacolata Concezione, sono certo dei cambiamenti molto importanti rispetto a ciò che li ha preceduti, ma essi rendono la dottrina di sempre più intellegibile, così che i cristiani sono protetti contro gli errori subdoli e il genio nefasto dell’eresia. Ecco perché non si possono rifiutare questi tipi di cambiamento. Questi termini nuovi sono dei puri prodotti che vengono dalla Tradizione, non si può più escluderli senza diminuire l’espressione della fede: essi fanno ormai parte del vocabolario cattolico.
Sopprimere o diminuire l’espressione della fede con delle espressioni nuove è cosa non permessa nella Chiesa e nessuna autorità può costringere chicchessia ad adottare tali cambiamenti. La forza giuridica è stata data ai capi, non per distruggere, ma per edificare.
Il criterio della Tradizione è dunque determinante quando si introducono delle novità nella Chiesa. Quando il «magistero» attuale enuncia delle cose che offendono le orecchie cattoliche, come ha fatto Benedetto XVI permettendo in certi casi l’uso del preservativo (Luce del mondo, pp. 170-171 dell'edizione italiana), non si può pensare con facilità che in questo caso Dio ci parla per bocca del successore di Pietro. Soprattutto quando altri papi si sono espressi sull’argomento in linea con la Tradizione e in maniera molto chiara e definitiva: «Niente può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in un atto lecito», Pio XII.
5 – Attitudine pratica da adottare di fronte agli errori e alle ambiguità dei capi religiosi.
Di fronte agli orientamenti aberranti sempre più ripetuti della Gerarchia, che in questo si ispira sempre all’ultimo Concilio, Mons. Lefebvre ha dato a suo tempo alcune regole di condotta per i fedeli, al fine di non farli incappare in una obbedienza mal compresa.
Prima regola: Laddove diventa evidente che vi è una rottura con la Tradizione, non bisogna seguirla, anche se la più alta autorità nella Chiesa sembra volerci obbligare.
Il tempo ha finito sempre col dar ragione a coloro che hanno adottano questa regola. È il caso della Messa.
Il papa Paolo VI ha insistito con forza e a più riprese perché la sua nuova Messa rimpiazzasse l’antica. Quest’ultima doveva sparire assolutamente. Dei sacerdoti sono stati cacciati dalle loro parrocchie perché, in coscienza, non potevano celebrare il nuovo rito imposto, senza peccare. Anche dei religiosi e delle religiose hanno dovuto lasciare i loro conventi per non assistere a questa Messa, che faceva loro perdere lo spirito dei loro statuti. In effetti, la volontà di Paolo VI era ben reale e forte, senza riguardo per i recalcitranti, ma era anche una volontà capricciosa, essenzialmente basata sull’ecumenismo e sull’unione con i protestanti. Perché l’ordine fosse ricevibile e si potesse dire: «Roma ha parlato, la causa è finita», sarebbe stato necessario un fondamento dottrinale e giuridico solido, in coerenza col passato. Ma non fu così.
Ecco perché Benedetto XVI, nel 2007, ha potuto dire quasi il contrario di Paolo VI: la Messa di San Pio V non è mai stata abrogata (in tutta legittimità): ogni sacerdote può continuare a celebrarla senza permesso speciale del suo vescovo (Motu Proprio del 7.7.2007).
Seconda regola: Laddove vi fosse ambiguità occorre interpretare nel senso della Tradizione e combattere il senso contrario, cioè il senso che favorisce la novità modernista.
Terza regola: Laddove vi è continuità con la Tradizione occorre semplicemente sottomettersi.
L’espressione «Roma ha parlato, la causa è finita» è valida solo se Roma parla chiaramente, con autorità, in conformità con la Tradizione e lo spirito di santità della Chiesa, e non per imporre degli orientamenti totalmente nuovi, come delle riunioni interreligiose o una liturgia ecumenica.
6 – Il segno della fedeltà alla Chiesa
San Pio X ha detto: «i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari né novatori, ma tradizionalisti». Questa piccola frase che conclude la condanna del Sillon (movimento del cattolico liberale Marc Sangnier) esprime anche tutto lo spirito che deve animarci nella lotta contro il modernismo e lo spirito uscito del Concilio.
Nella Chiesa conciliare, il vero e il falso, il bene e il male, l’utile e il pericoloso, sono talmente mescolati che non bisogna esitare ad allontanarne tutti i cattolici ancora dotati di un po’ di buon senso. Certo, bisogna farlo con intelligenza e con tutto il tempo necessario per mostrar loro i principi pericolosi che si nascondono sotto apparenze ingannevoli; occorre farlo con bontà, delicatezza, e non per ostentare superiorità o per il perfido piacere di aver ragione contro gli altri. Ma per chi conosce bene la Chiesa e il suo spirito, l’obiettivo è chiaro: è necessario allontanare le anime da ogni influenza nefasta che indebolisce insensibilmente la fede e fa compiere atti contrari allo spirito della fede.
Se San Pio X oppose i tradizionalisti ai rivoluzionari e novatori, è perché tra i nemici della religione ve ne sono di quelli più estremisti degli altri. I rivoluzionari, di per sé, sono peggiori dei novatori, ma i novatori si accordano con i rivoluzionari per opporsi ai tradizionalisti. È una cosa riscontrabile. Diciamo che tra loro vi è una differenza di passo, ma si muovo entrambi verso la realizzazione dello stesso scopo.
I rivoluzionari vogliono sconvolgere tutto radicalmente e subito: capovolgere la costituzione divina della Chiesa per farne una specie di democrazia in cui il potere supremo non è più quello del solo papa, ma di un gruppo (la collegialità); abolire il celibato ecclesiastico; dare la comunione ai divorziati risposati; permettere l’aborto e la contraccezione; legittimare l’omosessualità; affermare l’uguaglianza delle religioni e la salvezza tramite tutte le confessioni; esaltare l’assoluta necessità della laicità dello Stato; ecc.
I novatori non saranno così oltranzisti nelle loro rivendicazioni, conserveranno una coloritura e una pietà più conformi allo spirito della Chiesa, tali che senza essere dei feroci partigiani dello sconvolgimento si mostreranno molto aperti a tutto ciò che è nuovo. Vedranno il celibato ecclesiastico, diciamo così, come una sorta di via ideale riservata ad un piccolo numero, ma senza considerarlo un ostacolo al matrimonio di quei preti che lo desiderano. Diranno che le donne non possono (ancora) accedere al sacerdozio, ma potranno fare le letture, distribuire la comunione, mentre le ragazze potranno fare le chierichette. Saranno contro la contraccezione, certo, ma in casi estremi questa può essere una via verso una maggiore moralizzazione. La comunione dei divorziati risposati normalmente non è possibile, ma talvolta occorrerà giudicare caso per caso e autorizzarla senza clamore, discretamente. Quanto allo Stato, non è ragionevole che esso favorisca una religione piuttosto che un’altra, occorre dunque una laicità positiva che equilibri tutto dando la libertà a tutti. A passi felpati, questi novatori metteranno sottosopra tutta la Tradizione al pari dei rivoluzionari, ma con un decorso più lungo e meglio ammantato di un rivestimento che conservi un’apparenza tradizionale presentabile.
«Se cerco di piacere al mondo, non sono più un servitore di Cristo» diceva San Paolo. Questo avvertimento è severo e valido per tutti coloro che hanno una missione per l’edificazione nella Chiesa.
7 – Vi saranno, al di fuori della Fraternità San Pio X, degli imitatori di San Paolo per resistere di fronte a Pietro a proposito di Assisi?
È poco probabile.
Oggi i vescovi, non cercano più, come ha fatto San Paolo, di discernere se un atto del Papa è conforme o meno al Vangelo. Essi sono diventati per lo più degli esecutori preoccupati unicamente di rispettare le regole del governo, che sono fondate sui falsi principi della libertà religiosa, dell’ecumenismo o della collegialità, e non guardano al di là.
Se una qualche categoria di cattolici (i tradizionalisti) non rientra negli schemi attuali della legalità, i vescovi, senza esaminare ciò che dicono, come dei funzionari senz’anima, si dimostreranno intrattabili nei suoi confronti. Questi buoni amministratori che hanno in continuazione il dialogo sulle labbra, in questo caso diventano sordi agli argomenti di coloro che sono legati alla fede. Hanno un solo principio da far valere: non siete nella struttura legale della Chiesa conciliare. A quel punto la loro coscienza è perfettamente tranquilla e i loro atti più inumani non li turbano più. Essi fanno ciò che comanda loro la disciplina in vigore e non si sentono responsabili davanti a Dio delle più evidenti ingiustizie. Domani cambieranno, forse.
Non assomigliano pressappoco a quei medici che praticano l’aborto a tutta forza con la coscienza del tutto tranquilla? Se questi ultimi uccidono senza scrupolo è perché la legge del momento lo permette e perfino l’incoraggia: quindi non può essere un male. Ma quando la legge dirà loro: «fermatevi, è male!», si fermeranno e forse si porranno il problema. Che ricordino, i vescovi: come vi è nella società civile un legalismo che si oppone alla legge naturale e che cerca di distruggerla, così vi è nella società religiosa uscita dal Concilio un legalismo che si oppone alla legge del Vangelo e che con le sue novità principali distrugge insidiosamente la fede naturale dei fedeli.
Per coloro che hanno capito questo, vi è una sola attitudine coerente: non fidarsi di questa legalità illegittima e difendere coraggiosamente la fede.
In tal modo, conservare una posizione «canonicamente corretta» che restringe la confessione di fede significa fare più o meno del modernismo.
Non si può nascondere o negare che talvolta vi è un grave dovere di opposizione contro gli scandali perpetrati della Gerarchia.
Don Pierre Berrère, Priore del Priorato San Francesco Regis, Francia, della Fraternità San Pio X.
L'articolo è stato pubblicato sul n° 226, febbraio 2011, del giornale “Sainte Anne” .



(Testo diffuso da La Porte Latine, sito della Fraternità in Francia e tradotto da Unavox)